Peppino Impastato Cento passi fuori dalla paura

L’Italia quel giorno si fermò, impietrita. I bambini tornarono da scuola sotto un cielo terrorizzato che odorava di piombo e vergogna, per la morte di due uomini giusti. Era il 9 maggio 1978. A Roma in via Fani, nel portabagagli di una Renault 4, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro. Delitto di Stato. Quello stesso giorno in Sicilia, nel piccolo paese di Cinisi, un ragazzo di trent’anni, Peppino Impastato, era stato fatto saltare col tritolo sulle rotaie della ferrovia. Poche righe in cronaca: delitto di mafia. Quel nome per tanto tempo ha rischiato di essere inghiottito dai ritagli e le frattaglie della storia di questo Paese, assediato dagli uomini di malaffare che – da Palermo a New York – si fanno chiamare «d’onore», come l’unica cosa che non possiedono più.
  «Chi ha paura di morire, muore una volta sola…». Nessuno più di Impastato mise in pratica con la sua breve, ma intensissima esistenza, questa frase del giudice Giovanni Falcone. Trent’anni dopo a Cinisi sembra che nulla sia cambiato, tranne la densità del paese: oggi conta 10 mila abitanti, 2 mila in più di quando Peppino era in vita e imperversava per le strade di «Mafiopoli» assetato di verità e di giustizia. Suo fratello Giovanni (più piccolo di 5 anni) lo ha seguito fino in fondo a quel tunnel senza ritorno, in cui era andato a cacciarsi per urlare il suo «No» in faccia alla mafia. Un «No» partito dalle mura domestiche, sfidando i legami di sangue ancor prima di quelli della maledetta Piovra – suo padre Luigi era il cognato del capomafia Cesare Manzella – per arrivare «cento passi» più in là, davanti al portone della casa del boss Tano Badalamenti. «Come san Francesco – dice Giovanni – Peppino si era spogliato di tutto, aveva rifiutato i beni del padre e si era speso fin da ragazzino in favore degli altri, per renderli liberi dalla mafia. Noi amavamo nostro padre come era giusto che fosse, ma non condividevamo lo spirito omertoso nel quale ci aveva cresciuti.
  Non ho vergogna a dire che quando nostro padre venne ucciso, oltre al dolore, provammo anche un senso di liberazione: eravamo finalmente sollevati da quel codice d’illegalità che ci aveva imposto». Una liberazione macchiata dal sangue. Quello stesso sangue che ribolliva nelle vene di Peppino il ribelle. Nelle notti calde dei plumbei anni ’70, mentre dalle frequenze della liberissima Radio Aut partiva il disco di David Bowie Rebel Rebel, Peppino trovava il coraggio incosciente della sua gioventù che oscillava «tra fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa». «Mio fratello era un artista dell’impegno. Il primo che qui in Sicilia ebbe la forza di sfidare la mafia con l’arma pacifica dell’ironia tagliente. Dai microfoni di Radio Aut (nella trasmissione ‘Onda Pazza’ che curava con l’amico Salvo Vitale) e poi dal giornale del circolo Musica e Cultura ebbe il coraggio ’satirico e schizofrenico’ di fare i nomi e i cognomi dei capiclan. Li metteva in ridicolo (Tano Badalamenti per lui era Tano Seduto), attaccandoli con la potenza della cultura».
  Peppino irritava quegli uomini e la loro ignoranza, con la poesia civile di De André e la musica pacifista di Bob Dylan. Si struggeva nella sua solitudine di uomo contro, lasciandosi cadere dentro le note di Luigi Tenco che riascoltava nella stanza del figlio, sotto lo sguardo dolce di mamma Felicia. Una madre, una vedova, che presagiva altri giorni luttuosi dopo l’omicidio del marito, perché quel figlio aveva osato sfidare gli intoccabili.
  «Eravamo consapevoli del pericolo imminente che era cominciato il giorno seguente alla morte di nostro padre, ucciso proprio per aver cercato fino all’ultimo di evitare l’assassinio di Peppino. E nove mesi dopo è accaduta quella che oggi possiamo ritenere una morte annunciata…». Una morte che c’è voluto del tempo perché facesse rumore.
  «Questo oggi è il paese di Peppino. Qui c’è ancora la sua casa. Nostra madre, una settimana prima di morire, mi chiese di tenerla sempre aperta perché la gente continuasse a venirci a trovare, perché mio fratello non venisse mai dimenticato». L’hanno ribattezzata la «Casa dei cento passi» dopo il film di Marco Tullio Giordana. Un simbolo di resistenza, il luogo in cui ha sede l’Associazione Peppino Impastato-Casa Memoria. Una porta da cui «entrano ministri e gente della strada» e a tenerla aperta ogni giorno è una giovane volontaria. «Un giovane che nasce a Cinisi, ma in generale in Sicilia – continua Giovanni Impastato – non può essere libero perché è sistematicamente ricattato dalla cultura mafiosa. Una cultura contro la quale noi lottiamo da sempre, toccando con mano quello che diceva Leonardo Sciascia: e cioè che, in un contesto sociale dove i livelli di mafia sono talmente alti, è inevitabile che il livello di civiltà si abbassi. Il pericolo più grande è quello di lasciare le cose come stanno, non indignarsi più dinanzi a nulla. Dire no alla mafia si può, ma farlo come ha fatto Peppino e la mia famiglia è molto dura. Si paga sempre un prezzo troppo alto. Però non è impossibile. Qui tutti continuano a pensare che i mafiosi siano dei marziani e per questo invincibili, mentre loro sono soltanto degli uomini. La loro unica forza è nei legami che hanno con la politica. Loro non sono l’anti-Stato, come qualcuno vuole far credere, la mafia da sempre agisce contro e dentro lo Stato a suo piacimento. Sono uomini che rafforzano quei legami facendo leva sull’omertà e sulla paura della gente. Per combatterli, dobbiamo avere il coraggio e la capacità di sciogliere quei legami con una nuova cultura, con un’educazione alla legalità che parta dal basso». Era quello che ha tentato di fare fino all’ultimo respiro Peppino Impastato, nonostante i vuoti di una giustizia che dopo trent’anni non è ancora completa. «I mandanti sono stati condannati, ma all’appello mancano ancora molti dei responsabili dell’omicidio di Peppino. Ci vorrebbe un altro processo per far luce sui depistatori che hanno cercato di far passare la sua morte come quella di un terrorista e che hanno fatto tutti carriera; mentre – sarà un caso – i magistrati che si sono occupati della morte di Peppino, da Falcone a Chinnici fino a Signorino (fatto suicidare) sono tutti morti per mano della mafia». Ma la battaglia non è ancora persa, perché tante persone sono in cammino sul sentiero dei cento passi: «Il giudice Falcone diceva che “la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, un’evoluzione e avrà quindi una fine’».
 
È la speranza di Giovanni Impastato. E se Pier Paolo Pasolini è stato un purissimo giglio della poesia civile, Peppino resterà il primo vero poeta dell’antimafia, con quei versi di ragazzo in cui si sentiva «fiore di campo, nasce dal grembo della terra nera».

 

 

 

 

 

RILANCIARE LA COOPERAZIONE
 IL MONDO HA FAME ANCHE L’ITALIA TORNI IN PRIMA LINEA

La psicologia empirica ha ben accerta­to che i nostri sentimenti morali sono in genere influenzati dal contesto e dalla vicinanza, forse retaggio della nostra e­voluzione in piccoli gruppi. Un esempio classico è questo: se viaggiando in auto incrociamo un motociclista a terra gra­vemente ferito, che morirà dissanguato a meno che venga sollecitamente portato in ospedale, e non lo soccorriamo perché macchierebbe la tappezzeria del veicolo con una conseguente spesa di 200 euro, l’indignazione e la condanna di coloro i quali verranno a conoscenza del fatto sarà unanime. E, probabilmente, anche il ri­morso presto crescerà in noi. Ma, se ci ar­riva a casa un bollettino precompilato di una Ong – notoriamente efficace e tem­pestiva nei suoi interventi umanitari – che chiede 200 euro per salvare dalla morte per fame o per malattia un’intera fami­glia, non ci sentiamo eticamente obbli­gati ad agire, né la maggioranza delle per­sone riterrà che si tratti di un gesto obbli­gato di solidarietà, al più lo considererà un nobile sforzo, sopra la media, di cui ren­dere merito all’autore.
  In tempi in cui si torna a parlare con insistenza di e­mergenza fame, per colpa del rial­zo dei generi ali­mentari di prima necessità, gli orga­nismi internazio­nali segnalano che 100 milioni di in­dividui nel mondo rischiano di preci­pitare sotto le pos­sibilità minime di sostentamento.
  Giova ricordare che, anche in fasi di prez­zi bassi di frumento, riso e mais, hanno continuato a soccombere per mancanza di cibo e per patologie collegate 25mila persone ogni giorno, circa 9 milioni l’an­no, mentre 850 milioni sono cronica­mente denutrite. Di fronte a tale ecatom­be, il singolo cittadino ha la possibilità di dare il suo contributo per alleviare a di­stanza la condizioni di pochi, oppure può premere ‘politicamente’ affinché a livel­lo superiore (delle regole, dei mercati, del­l’economia, degli Stati) si tenti di sanare le ingiustizie più gravi e scandalose.
  Un Paese sviluppato, che siede tra i sette Grandi del mondo, è in condizione di muoversi su entrambi i versanti. E di far­lo in modo significativo. Quel Paese è an­che l’Italia, che oggi destina all’aiuto pub­blico per lo sviluppo meno dello 0,2% del proprio Pil. Come dire, un po’ meno di 2 euro su uno stipendio di mille. I tanto ci­tati quanto disattesi obiettivi del Millen­nio delle Nazioni Unite, entusiastica­mente sottoscritti anche dai nostri go­verni, prevedono che ogni Stato devolva lo 0,7% del proprio Prodotto interno per dimezzare la povertà sul Pianeta entro il 2015. Traguardo che non solo verrà man­cato, ma che rischia – complice l’attuale crisi – di allontanarsi ulteriormente. E la vergogna italiana è ampiamente biparti­san.
  Sarà vero, come ha scritto il sociologo francese Luc Boltanski nel suo Lo spetta­colo del dolore, che sono ormai soltanto gli eventi mediatici a mobilitare le co­scienze, seppure in modo distorto. Tutta­via, prima che arrivino sui nostri schermi strazianti immagini di disperazione e sommosse sarebbe urgente riprendere le fila di una politica generosa e lungimi­rante. Aumentare gli stanziamenti per lo sviluppo è doveroso: serve a salvare vite umane. Promuovere in sede di Ue, G8, O­nu e Wto accordi tra nazioni, perché nuo­ve regole e rinnovati assetti di potere per­mettano ai Paesi più poveri di migliorare i propri standard socio-economici, costi­tuisce anche un riequilibrio di tensioni e un freno ai flussi migratori.
  Ben venga, comunque, qualche contri­buto individuale in più, nell’attesa che il prossimo governo non continui a di­menticare le responsabilità che ci com­petono e il peso, anche morale, dell’ina­zione davanti a una tragedia silenziosa.
 
ANDREA LAVAZZA

Io e i ragazzi..

13 Aprile, 2008

07.04.08

13 Aprile, 2008

..per non dimenticare:)

Ponte Alta é un piccolissimo paesino a una ora circa da Lages. Son stata invitata a trascorrere lí questa domenica, in occasione della festa tradizionale della zucca, assieme al gruppo di donne che si stanno formando con me come promotrici legali popolari, nel CDHH (Centro Difesa Diritti Umani).

Al mattino c’é stata una bellissima celebrazione eucaristica, dove padre João (che conosco), impegnato attivamente nella Pastorale della Terra, ha presieduto una bellissima benedizione dei prodotti agricoli, dei frutti della terra. Si guardi l’altare..che spettacolo..

Beh..é stata una occasione per conoscere alcune tradizioni culinarie e culturali, e mangiare cose buone!

 

Officinas da Pascoa

13 Aprile, 2008

Alcune attivitá che i ragazzi piú grandi svolgono in Orfanato: orto, artigianato (lavoretti in preparazione della Pasqua)

Quotidianitá in Orfanato

13 Aprile, 2008

Scorci di momenti quotidiani..

17.03.08

13 Aprile, 2008

Momento di riflessione per gli adolescenti (nella cappellina dell’Orfanato) con il parroco Hermes, che ha affidato a me e alla educatrice il compito di benedire i

ragazzi e affidare loro un piccolissimo scapolare in segno di impegno per una scelta quotidiana della vita..